Se è vero che “l’Epifania tutte le feste porta via” è vero anche che, proprio a partire da gennaio fino all’inizio della Quaresima, l’inverno si anima e si colora di mille carnevali. Tradizioni antiche che affondano nei riti legati al dio Saturno d’epoca romana sono giunte sino a noi con le tradizioni carnascialesche.
La paura della carestia invernale, all’assottigliarsi delle scorte di cibo nei granai e nelle dispense, l’incertezza del nuovo ciclo agrario che sarebbe ripartito con la primavera, sollecitava gli antichi popoli ad imbandire cerimonie propiziatorie che allontanavano demoni e malefici e ingraziavano prima gli dei poi i santi protettori: degli animali (Sant’Antonio), del pane e del germogliare dei semi (San Biagio).
Culti antichi come i cortei irriverenti delle baccanti e dei satiri trasformati dal Medioevo nei demoni e folli tutti però con il volto coperto da maschere ridicole ed orribili e dai gesti irriverenti. L’ordine costituito, durante il carnevale, si rovesciava: re e regnanti diventavano niente ed a governare erano folli, pazzi, giullari e gente comune.
Il carnevale con il suo folle corteo cantato da Dante nella Divina Commedia (canti XXI e XXII dell’Inferno) conteneva le maschere diaboliche riproposte nella Commedia dell’Arte:
«"Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina",
cominciò elli a dire, "e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo».
Il folle corteo guidato dal “Duca Barbariccia” si muoveva al suono irriverente in quanto «elli avea del cul fatto trombetta». Per allontanare il pericolo della miseria e della carestia, alla festa erano legati cibi rituali ma soprattutto l’abbondanza ed il sapore dei fritti, delle carni di maiale, degli arrosti, del palo della cuccagna, dei giochi e comunque di tutto ciò che alla festa era ed è legato. Una sorta di disordine sociale e alimentare ma rigorosamente ordinato nella sua liturgia.
Anche nelle sfilate dei carri allegorici contemporanei rimane la satira contro il potere e l’irriverenza così come il fuoco che cancella e purifica tutto. A questa tradizione è legato il Carnevale di Foiano con una storia antica di cinque secoli.
Qui durante l’anno i cittadini divisi in quattro rioni realizzano un carro allegorico per ottenere l’ambita Coppa di Carnevale: le grandi costruzioni sfilano nel borgo per quattro domeniche di fila tra la musica e il divertimento. Il rogo Giocondo, il re del Carnevale che i Foianesi rappresentano come un fantoccio di cencio e paglia, è un simbolo arcaico attraverso il quale la cultura contadina inneggia alla rinascita, celebrando la scomparsa delle tenebre e del passato. Prima che Giocondo venga bruciato nella piazza principale, la tradizione vuole che si faccia "testamento", ovvero che si leggano davanti a tutti i fatti più o meno positivi accaduti durante l'anno da poco finito, e che si proceda ad un vero e proprio funerale, quello dell'inverno che sta per finire.
Leggi il programma completo del Carnevale di Foiano 2011
La paura della carestia invernale, all’assottigliarsi delle scorte di cibo nei granai e nelle dispense, l’incertezza del nuovo ciclo agrario che sarebbe ripartito con la primavera, sollecitava gli antichi popoli ad imbandire cerimonie propiziatorie che allontanavano demoni e malefici e ingraziavano prima gli dei poi i santi protettori: degli animali (Sant’Antonio), del pane e del germogliare dei semi (San Biagio).
Culti antichi come i cortei irriverenti delle baccanti e dei satiri trasformati dal Medioevo nei demoni e folli tutti però con il volto coperto da maschere ridicole ed orribili e dai gesti irriverenti. L’ordine costituito, durante il carnevale, si rovesciava: re e regnanti diventavano niente ed a governare erano folli, pazzi, giullari e gente comune.
Il carnevale con il suo folle corteo cantato da Dante nella Divina Commedia (canti XXI e XXII dell’Inferno) conteneva le maschere diaboliche riproposte nella Commedia dell’Arte:
«"Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina",
cominciò elli a dire, "e tu, Cagnazzo;
e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
e Farfarello e Rubicante pazzo».
Il folle corteo guidato dal “Duca Barbariccia” si muoveva al suono irriverente in quanto «elli avea del cul fatto trombetta». Per allontanare il pericolo della miseria e della carestia, alla festa erano legati cibi rituali ma soprattutto l’abbondanza ed il sapore dei fritti, delle carni di maiale, degli arrosti, del palo della cuccagna, dei giochi e comunque di tutto ciò che alla festa era ed è legato. Una sorta di disordine sociale e alimentare ma rigorosamente ordinato nella sua liturgia.
Anche nelle sfilate dei carri allegorici contemporanei rimane la satira contro il potere e l’irriverenza così come il fuoco che cancella e purifica tutto. A questa tradizione è legato il Carnevale di Foiano con una storia antica di cinque secoli.
Qui durante l’anno i cittadini divisi in quattro rioni realizzano un carro allegorico per ottenere l’ambita Coppa di Carnevale: le grandi costruzioni sfilano nel borgo per quattro domeniche di fila tra la musica e il divertimento. Il rogo Giocondo, il re del Carnevale che i Foianesi rappresentano come un fantoccio di cencio e paglia, è un simbolo arcaico attraverso il quale la cultura contadina inneggia alla rinascita, celebrando la scomparsa delle tenebre e del passato. Prima che Giocondo venga bruciato nella piazza principale, la tradizione vuole che si faccia "testamento", ovvero che si leggano davanti a tutti i fatti più o meno positivi accaduti durante l'anno da poco finito, e che si proceda ad un vero e proprio funerale, quello dell'inverno che sta per finire.
Leggi il programma completo del Carnevale di Foiano 2011






