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Piero della Francesca, La leggenda della vera croce, Arezzo

Il ciclo di affreschi La leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca è uno dei capolavori di tutta la pittura rinascimentale

Gli affreschi decorano la cappella Bacci, nella Basilica di San Francesco, ad Arezzo e sono stati riportati all'originario valore artistico con un accurato lavoro di restauro compiuto negli anni novanta. Nel 1447 la famiglia aretina Bacci affidò al pittore Bicci di Lorenzo l'incarico di decorare la Cappella Maggiore della Basilica di San Francesco, allora sotto il suo patronato.
Nel 1452, alla morte di Bicci, erano stati dipinti nella grande volta a crociera soltanto i quattro Evangelisti, il prospetto dell’arco trionfale con il Giudizio Universale e, nell'intradosso dell'arco, due Dottori della Chiesa. Piero della Francesca proseguì i lavori iniziando appunto dalla parte interrotta. Il tema del ciclo è tratto dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Come risulta da un documento notarile, i lavori, interrotti negli anni 1458 - 1459, risultano terminati nel 1466. Gli affreschi sono posti su tre livelli sulle pareti laterali e sul fondo. Piero della Francesca non si curò dell'andamento cronologico ma preferì creare rispondenze simmetriche fra i tipi di scene dipinte: in alto sia nella parete sinistra che in quella di destra è rappresentata una scena all'aperto, nel registro mediano una scena di corte, e, in fondo, una scena di battaglia.Scrisse l'aretino Giorgio Vasari nel suo Le Vite (1568) a proposito di della Francesca e della Leggenda della Vera Croce: «Nell'opera sono storie della croce, dacché i figliuoli d'Adamo, sotterrandolo, gli pongono sotto la lingua il seme dell'albero, di che poi nacque il detto legno; insino all'esaltazione di essa Croce fatta da Eraclio imperatore, il quale portandola in su la spalla a piedi e scalzo entra con essa in Jerusalem. Dove sono molte belle considerazioni e attitudini degne d'essere lodate: come, verbigrazia, gli abiti delle donne della reina Saba, condotti con maniera dolce e nuova; molti ritratti di naturale antichi e vivissimi; un ordine di colonne corintie divinamente misurate; un villano, che appoggiato con le mani in su la vanga, sta con tanta prontezza a udire parlare Sant'Elena mentre le tre croci si dissotterrano, che non è possibile migliorarlo. Il morto ancora è benissimo fatto, che al toccar della Croce risuscita; e la letizia similmente di Sant'Elena, con la maraviglia de' circostanti che s'inginocchiano ad adorare. Ma sopra ogni altra considerazione e d'ingegno e d'arte è lo avere dipinto la notte et un angelo in iscorto, che venendo a capo all'ingiù a portare il segno della vittoria a Costantino che dorme in un padiglione, guardato da un cameriere e da alcuni armati oscurati dalle tenebre della notte, con la stessa luce sua illumina il padiglione, gli armati e tutti i dintorni con grandissima discrezione .
E, più avanti: «In questa medesima storia espresse efficacemente in una battaglia la paura, l'animosità, la destrezza, la forza e tutti gli altri affetti che in coloro si possono considerare che combattono; e gli accidenti parimente, con una strage quasi incredibile di feriti, di cascati e di morti: ne' quali, per aver Piero contraffatto in fresco l'armi che lustrano, merita lode grandissima, non meno che per aver fatto nell'altra faccia, dove è la fuga e la sommersione di Massenzio, un gruppo di cavalli in iscorcio così meravigliosamente condotti, che rispetto a que' tempi si possono chiamare troppo begli e troppo eccellenti ...»


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