Fra il 1503 e il 1505, dunque circa cinquecento anni fa, si verificò a Firenze uno dei fatti più importanti per la storia dell'arte occidentale.
Si decise di affidare l'incarico al meglio del meglio, a due autentici fuoriclasse del pennello (e non solo): Michelangelo, appena ventottenne ma già celebre scultore e pittore, e Leonardo da Vinci, genio cinquantunenne capace di sbalordire in qualsiasi ambito dello scibile umano. Ai due fu offerto un contratto di ben 20.000 fiorini d'oro a testa (il valore di una villa con parco) per la realizzazione di altrettanti affreschi: la "Battaglia di Cascina" a Michelangelo (una battaglia vinta dall'esercito fiorentino contro Pisa nel 1364) e la "Battaglia di Anghiari" a Leonardo (decisiva vittoria di Firenze e dei i suoi alleati pontifici sulle truppe milanesi combattuta nel 1440).
Va precisato che, nonostante la somma da capogiro, nessuno dei due portò a termine il lavoro: un paio d'anni più tardi troveremo Michelangelo a Roma, sulle impalcature della Cappella Sistina, mentre Leonardo tornerà ancora a Milano. Mentre Michelangelo aveva realizzato soltanto un cartone preparatorio della sua opera, Leonardo era andato più avanti nel lavoro, dipingendo la scena centrale del suo immenso affresco nella parete est del Salone.
Questa che vedete è una copia realizzata da P.P. Rubens circa 50 anni dopo. L'originale di Leonardo, deterioratosi rapidamente per una errata sperimentazione della tecnica ad encausto, andò presto perduto e fu coperto da altri affreschi. Si trattava dello scontro fra quattro personaggi a cavallo: di spalle sulla destra sono i due capi militari fiorentino e pontificio; gli altri due sono i condottieri dell'esercito milanese. Più in basso, calpestati dai cavalli, si trovano altri soldati in un groviglio confuso. Sul significato dell'affresco sono state avanzate molte interpretazioni.
E' chiaro infatti che Leonardo non avesse voluto rappresentare solo una battaglia ma, come è stato suggerito, lo scontro fra due modi diversi di concepire un'azione militare: i due condottieri milanesi hanno attributi animaleschi e terribili e come un antico dio Marte sono guidati dall'impeto distruttivo e dalla violenza cieca. Per contrasto è esaltata la virtù militare fiorentina nella legittima difesa dei propri confini.
Eppure, a mio avviso, di fronte a quest'opera non si può fare a meno di pensare a ciò che Leonardo stesso, ingegnere militare oltre che pittore, ha scritto a proposito della guerra: "La guerra è una pazzia bestialissima". In fin dei conti si nota nei volti di tutti e quattro i personaggi (sia nei "buoni" che nei "cattivi") un'analoga espressione di freddo impeto distruttivo.
La stessa furia che è espressa nei corpi e nei musi dei cavalli avvinghiati, con i quali i cavalieri sono fusi in un'inquietante simbiosi per il fatto di non avere né staffe, né redini, né sella. Cavallo e cavaliere sono una cosa sola, espressione di una bestialità incontrollata. Ma la guerra, precisa Leonardo, non è solo "bestiale", è più che bestiale: è "bestialissima".
Così infatti appaiono gli uomini a terra: nel groviglio inestricabile dei loro corpi, quei soldati sembrano aver perso ogni razionalità; si dimenano miseramente sul suolo polveroso, senza più alcuna dignità, finendo per essere perfino calpestati, senza pietà, dalle bestie che li sovrastano.
Così, pur rispettando il soggetto imposto dai suoi committenti, Leonardo seppe fondere in essa il suo pensiero, i moti profondi del suo spirito, le contraddizioni che egli, ingegnere militare e artista alla continua ricerca del Bello, evidentemente avvertiva e viveva. Ecco il genio.
damiano.andreini@libero.it - www.intermezzieditore.it

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